Abuso dei contratti a termine: diritto al danno comunitario

La Corte di cassazione, ricorrendo alla nozione di “danno comunitario”, ha disposto che il risarcimento deve essere conforme ai canoni di adeguatezza, effettività, proporzionalità e dissuasività anche per l’evidente necessità di realizzare una funzione deterrente e un effetto punitivo sul datore di lavoro. In ragione di tali obiettivi, l’interessato deve provare unicamente l’illegittima pratica che ha condotto il datore di lavoro a stipulare contratti a termine sulla base di esigenze “falsamente indicate come straordinarie e temporanee”. Proprio in un’ottica di favore verso il lavoratore, quest’ultimo non sarà tenuto a procedere alla costituzione in mora del datore di lavoro e dalla prova del danno effettivamente subito. In questo modo, seguendo le indicazioni di Lussemburgo, la Cassazione ha proceduto a un’assimilazione del sistema probatorio nella materia oggetto della pronuncia con quello previsto in materia di lotta alle discriminazioni. Pertanto, se l’interessato produce elementi di fatto precisi e concludenti si deve presumere che si è verificato un uso abusivo dei contratti a termine e che, di conseguenza, il lavoratore ha subito un danno. Spetta, eventualmente all’amministrazione competente dimostrare l’insussistenza dell’abuso. In ultimo, la Cassazione ritiene che il parametro per la liquidazione del danno da perdita del lavoro è quello di cui all’articolo 8 della legge 15 luglio 1966 n. 604 e non il sistema indennitario comprensivo della legge n. 183/2010.